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Rezension www.ResMusica.com Le 4 mai 2013 | Etiennes Comes | 4. Mai 2013 Laura Ruiz Ferreres, clarinettiste d’avenir

Le point fort de l’enregistrement est à notre sens le célébrissime Quintette, sorte de concerto déguisé, où les interprètes font merveille: le quatuor est d’une grande cohésion, et la clarinette joue de manière fort ludique à cache-cache avec le premier violon, se fondant parfois dans la masse des cordes pour l’enrichir de la chaleur de son timbre, émergeant au contraire à d’autres moments dans l’aigu pour chanter ses phrases. Tout y est précis et musical, comme l’Adagio, d’une rare concentration – et tellement exigeant!
Musica

Rezension Musica N° 242 - Dicembre / Gennaio 2013 | Luca Segalla | 1. Dezember 2012 Un’antologia fresca e originale, tutta francese e tutta (o quasi) danzante. Le...

Un’antologia fresca e originale, tutta francese e tutta (o quasi) danzante. Le sorelle Mona e Rica Bard propongono una scelta di pagine per due pianoforti, accanto ai deliziosi Jeux d’enfants per pianoforte a quattro mani. In dodici raffinati quadretti Bizet rievoca il mondo infantile con una sorprendente capacità di focalizzare i dettagli e un’ispirazione degna delle Kinderszenen schumanniane. Basta ascoltare il pungente fervore ritmico de La toupie, il dolce ritmo cullante de La poupée, l’incisività di Trompette et tambour e il volo fantastico del Galop finale, una sorta di «Elfenmusik» alla francese: l’elenco potrebbe continuare, fino a comprendere tutti i brani del ciclo. Come il precedente schumanniano, i Jeux d’enfants sono sui bambini ma non per i bambini, perché la parte dell’allievo, sia pure più agevole di quella di accompagnamento, è piuttosto ostica per un pianista alle prime armi. Forse proprio questa natura ambigua, a metà tra una raccolta pedagogica e una suite da concerto, ha finito per relegarli nel limbo da cui meriterebbero di essere prelevati. Pagine semplici ma non banali, di una commuovente freschezza, in cui si respirano già umori debussiani e raveliani (e siamo solo nel 1871...): una raccolta magnifica, suonata in questo caso magnificamente.

Leggerezza, trasparenza, fluidità nel fraseggio e verve ritmica sono in realtà le caratteristiche di tutte le interpretazioni del CD. Anche Scaramouche di Milhaud, tradizionale riserva di caccia di istrionici virtuosi della tastiera, tra le mani delle due sorelle tedesche rivela una dolcezza insospettata, soprattutto nel Modéré centrale.

Il virtuosismo c’è, come dimostra l’interpretazione della Sonata di Poulenc, ben squadrata sulla tastiera, però è un virtuosismo senza eccessi e spettacolarizzazioni. È una pagina strana, la Sonata per due pianoforti, dalle linee geometriche e neoclassiche che si direbbero di Stravinski e non dell’autore della Sonata per flauto e pianoforte, composta nello stesso periodo (siamo negli anni cinquanta del Novecento). L’Andante lirico sembra immerso nella penombra di una stanza dal soffitto basso nella quale manchi l’aria, le reminescenze barocche del prologo hanno il sapore di una vecchia sacrestia, e l’epilogo, in cui vengono ricapitolate le idee dei movimenti precedenti, è un agitarsi frenetico privo di brillantezza. Sorprende che due interpreti capaci di rendere così bene la levità amabile dei Giochi di Bizet riescano poi a cogliere con la stessa precisione il clima senile e stanco di questa sonata.

Colgono meno il bersaglio nell’altra pagina di Poulenc, l’Elegia, la cui sensualità non trova – a nostro avviso – piena espressione. Forse per l’Elegia ci vorrebbe un duo più istrionico, per esempio quello delle sorelle Labèque, le quali non a caso nelle loro interpretazioni della Rapsodia spagnola di Ravel fanno i fuochi d’artificio.

Altro, nella Rapsodia, è l’approccio delle sorelle Bard, che colgono come di rado accade il carattere sublimato e stilizzato assunto in Ravel dal folklore spagnolo. E se manca un po’ di fuoco in Feria, il brano conclusivo, le atmosfere notturne e sospese del Preludio sono da antologia. Anche Scaramouche, del resto, non possiede il fuoco e la souplesse delle interpretazioni di una camerista da palcoscenico come Martha Argerich. Pure in questo caso, tuttavia, la trasparenza del tocco e la flessibilità del fraseggio sono impareggiabili.
RBB Kulturradio

Rezension RBB Kulturradio Mo 03.06.2013 | Kai Luehrs-Kaiser | 3. Juni 2013 Robert Schumann: Cello-Konzert / Johannes Brahms: Klavierkonzert Nr. 1

Ein erstaunliches Doppel-Debüt begab sich am 5. März 1963 im Konzertsaal der Hochschule der Künste (die Philharmonie war damals noch nicht eröffnet): Die 18-jährige Jacqueline du Pré und der 22-jährige Bruno Leonardo Gelber bedienten schwere Repertoire-Geschütze in Gestalt des Cello-Konzerts von Schumann und des 1. Klavierkonzertes von Johannes Brahms. Am Pult des Radio-Symphonie-Orchester Berlin (heute: Deutsches Symphonie-Orchester Berlin, Anm. d. Red.) stand – gleichfalls noch unter 30 – Gerd Albrecht in der Reihe RIAS stellt vor (die heute unter dem Titel Deutschlandradio Debüt existiert). Beide Konzerthälften erscheinen erstmals auf einer CD von sensationellem Sammlerwert.

Zum Kern der Sache
Von ingeniöser Ruppigkeit und Impulsivität strotzte schon damals das Spiel der noch weitgehend unbekannten Jacqueline du Pré. Ihr London-Debüt hatte sie im Vorjahr absolviert. Erste Studioaufnahmen lagen noch weit vor ihr. Ebenso die Bekanntschaft mit ihrem späteren Ehemann Daniel Barenboim. Ihr großer, schürfender Ton hat keinerlei Angst anzuecken, schlägt expressiv über die Strenge und geht jedes technische Risiko ein. So kriegt Schumann ein Maß von musikalischer 'Ungepflegtheit' und Erdigkeit zurück, mit dem die Solistin unbeirrt originell zum Kern der Sache vorstößt. Am Charakteristischsten wohl der 'hummelige' Ton von aggressiver Agilität und Ausdruckskraft. Phantastisch! Und weit ungezähmter als in den Studio-Aufnahmen dieser tragisch mit 42 Jahren an den Folgen ihrer Multiple sklerose-Erkrankung verstorbenen Künstlerin.

Große pianistische Eloquenz
Auch mit der Karriere des argentinischen Pianisten Bruno Leonardo Gelber, früher regelmäßiger Gast in der Philharmonie, verbindet sich eine Krankengeschichte. Er debütierte mit acht Jahren, kurz nach einer überstandenen Polio-Diagnose. Der Ex-Kommilitone von Martha Argerich hatte 1963 sein Studium bei der legendären Marguerite Long wohl gerade beendet (und den Long-Thibaut-Wettbewerb mit dem 3. Preis abgeschlossen). Er blieb auch später immer eine sphinxhafte Erscheinung (und ist mir trotz vieler Live-Eindrücke ein Rätsel geblieben). Hier erlebt man seinen tropfig silbrigen Ton, der von großer pianistischer Eloquenz zeugt. Obwohl Brahms, als er das Werk komponierte, nicht sehr viel älter war als Gelber zum Zeitpunkt dieser Aufnahme, klingt es doch ein bisschen, als ob der Schüler dem Lehrer die Hefte korrigiert. Was hier allerdings eher zu einem reizvollen Silberblick des Ganzen führt.

Auch das RSO unter Gerd Albrecht mag damals nicht über die klangliche Rundheit von heute verfügt haben. Trotzdem: Eine phänomenale Entdeckung. Wie stets bei Audite in bester klanglicher Konservierung – weil direkt vom Mutter-Band abgenommen.

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